MISTRETTANEWS2019

REPORTAGE MISTRETTA

ANIME VIVE

Anime vive
DI SEBASTIANO LO IACONO

(In copertina: di Lirio Gagliardi).
Presentazione
A Iolanda

Nessuno è perduto per sempre.
Nessuno è niente e nessuno è nessuno.
Nessuno è per niente.
Nessuno sarà confuso in eterno,
Signore.
S.L.I.

(25 Aprile 2015)

«Morire è continuare».

«Tutto è nulla, e tutto
un sogno finge di essere».
Fernando Pessoa

Materoma e dialetto come lingua-madre

 Ho scritto questi racconti brevi in dialetto siciliano di Mistretta per pura e semplice voluttà estetica. Si può dire, con la stessa lingua con cui li ho scritti, che l’ho fatto «sulu pî ddivirtimièntu», cioè per gioco.
 Sono stati elaborati, in prima stesura, come veri e propri manoscritti, ovvero stilati a mano, affinché il piacere della scrittura, quasi fosse un fare artigianale, e quello dell’uso della lingua-dialetto fossero intensificati dall’atto manuale e primordiale dello scrivere.
 Solo in una seconda fase li ho riscritti con il computer per appagare l’obiettivo della pubblicazione a stampa.
 Mi ha appena sfiorato l’idea di accompagnarli con una sorta di trascrizione-traduzione in italiano, ma con un’intenzione provocatoria, nonché direi oltranzista, trasgressiva ed estremistica, ci ho rinunciato.
 È, questa, una scelta, direi ancora, reazionaria e rivoluzionaria al tempo stesso, nonché scellerata. Non ho da coltivare il mito del lettore che mi deve leggere ad ogni costo: sicché voglio essere non-letto e illeggibile.
 Non scrivo per avere audience.
 Tanto mi basta.
 Per quanto riguarda la grafia fonetica del mio dialetto di Mistretta, lingua minoritaria parlata da appena cinque mila anime, anche se compresa nell’area linguistica del dialetto siciliano, ho scelto, dopo perplessità e non senza difficoltà nella fase della riscrittura elettronica, l’adozione dei segni diacritici.
 Ho cercato di rispettare una qualche costanza e regolarità nella grafia e scrittura dei segni e fonemi dialettali, tentando di seguire la magistrale lezione (1) di Enzo Romano e di altri autorevoli studiosi di glottologia siciliana (2).
 Si può dire, in pratica, che ho re-imparato a scrivere la mia primaria lingua-dialetto parlata, quasi come se si trattasse paradossalmente di una lingua straniera. Essendo un principiante nell’uso dell’ortografia fonetica non è escluso, pertanto, che ci siano errori e omissioni.
 I miei rapporti con il dialetto scritto risalgono ai tempi del mio teatro di Nino Martoglio, fino a una traduzione in siciliano, ora perduta, della commedia Questi fantasmi di Eduardo De Filippo.
 Si può dire che ho rifatto un’immersione linguistica nel dialetto, rileggendo le poesie e i racconti dell’amico Enzo Romano, corredati sempre da ampi glossarî e rigororose note di fonetica (3).
 La sua assenza è ancora dolore.
 Che pena non potergli sottoporre i miei racconti per usufruire di una sua supervisione!
 Romano, poeta, scrittore, narratore, antropologo ed etnologo mistrettese notissimo, la cui dote di affabulatore si realizzò e sedimentò in una prosa particolare, dove il dialetto contadino e popolare di Mistretta, in una forma da considerare arcaica, viene riprodotto con assoluta fedeltà alla fonetica originale, realizzò la perfetta e mirabile coincidenza tra lingua scritta-dialetto e oralità.
 Ho utilizzato la doppia consonante iniziale, e sempre, come suggeriva Romano, ho evitato l’uso dell’apicetto e inserito l’accento tonico nei dittonghi e nelle parole sdrucciole e bisdrucciole.
 Ho cercato di imitare il dialetto parlato, riproducendo l’oralità in una maniera più adiacente possibile e prossima alla mia orecchiabilità, con la massima aderenza al suono pronunziato, e anche al mio lessico dialettale famigliare, tenendo presente altresì che in passato c’è stata una differenza tra pronunzia femminile e maschile (4).
 È stata un’operazione di mimesi linguistica, fermo restando il fatto che questa mimetica lingua-dialetto (spesso intraducibile in italiano) ha un certo legame con quell’altra lingua da me inventata in altri racconti e libri: quella lingua meta-letteraria e meta-linguistica l’ho chiamata materoma, ovvero lingua-madre.
 Anche quella è stata definita (da me compreso) poco leggibile, ovvero totalmente illeggibile e appartenente a una minoritaria comunità di parlanti. Ripeto: voglio essere, in qualche maniera, illeggibile.
 Me ne compiaccio.
 Per rifiuto radicale del linguaggio esanime, appiattito e omologato, quello per intenderci che domina nell’universo mass-mediologico, ho deciso di attraversare il dialetto, affinché il dialetto mi parlasse dentro e si facesse scrivere da solo.
 I personaggi di questi racconti, pensati durante lunghe e solitarie passeggiate, sono forse veri e forse immaginari: nel caso fossero realmente vissuti ogni riferimento a fatti e persone è autentico, compresa l’inserzione di alcuni ameni passaggi e dettagli autobiografici; nel caso fossero inventati i riferimenti a fatti e persone reali sono puramente casuali e frutto della mia fantasia.
 Ad ogni modo, si tratta di anime morte, appartenute ad un’umanità irregolare, dolente, spesso ammalata, miserrima, umile, povera (tranne qualche eccezione) e senza coscienza della propria disperazione e della propria in-felicità.
 Nei confronti di queste anime-persone, che fanno parte del mio immaginario infantile, adolescenziale e altresì di quello collettivo di Mistretta, credo di avere adottato il registro della memoria e quello della pietas, di cui, anche di quest’ultima, furono poveri e privi.
 Nomi e soprannomi, spesso inventati e altre volte reali, sono frutto di un gioco linguistico.
 Lo stesso vale per i riferimenti toponomastici alle contrade e ai quartieri del centro storico di Mistretta, i quali hanno valenza e significato, appunto, esclusivamente per i mistrettesi.
 Un improbabile lettore non-mistrettese avrebbe preferito alcune note descrittive, ma anche qui ho preferito evitarle e far sì che i toponimi fossero luoghi, posti, spazi e territori fuori dal tempo e ininterrottamente congiunti all’oralità dialettale.
 Avrei voluto intitolare questi racconti «Anime morte», richiamando l’opera omonima di un noto scrittore russo (5).
 Ho fatto marcia indietro.
 A mia moglie Mariella, mio angelo custode, più di me positiva e ottimista, cui devo il titolo, è parso che sarebbe stato troppo triste.
 Dedico questo libro alla sua dolcissima e indimenticabile mamma Iolanda, la quale, leggendolo avrebbe commentato, come mia madre, proprio così: «Arcan’i Ddiu binirittu».
 Mi si dirà, infine, che sia il mio materoma sia il dialetto mimetico di questi racconti sono «lingue morte e defunte»: come il latino di Virgilio o il greco di Omero ed Eschilo.
 Sarà. Per me, va bene così.
Non c’è altra lingua o dialetto che sia per ricordare, scrivere e parlare di anime morte, che, comunque, sono ancora anime viventi per effetto del miracolo della scrittura: perché, anche se tutto finge di essere un sogno, nessuno è perduto per sempre.

Sebastiano Lo Iacono

19 Aprile/31 Maggio 2015


1 - Enzo Romano, Dialetto e grafia siciliana con riferimenti alla parlata mistrettese, Tipografia Salernitano, Messina, Febbraio 2006.

2 - G. Piccitto, Elementi di ortografia siciliana, G. Crisafulli editore, Catania, 1951.
 cfr., E. Romano, Note di ortografia dialettale, in Lumareddi, Edizioni Il Centro storico, Tipografia La Celere, Messina, Luglio 2002, pagg. 128-139.

3 - E. Romano, Muddicati, Comune di Mistretta, Tip. Grafotecnica, Messina, 1988.
 idem, Alla ricerca delle radici, Armando Siciliano, Messina, 1999.
idem, Lumareddi, op. cit..
idem, Cuntari pi nun scurdari, Università di Palermo, Dipartimento Beni culturali, storico-archeologici, socio-antropologici e geografici, supplemento a «Mythos», Palermo, 2005.
 idem, Si rraccunta ca na ota..., Tip. GrafoEditor, Messina, 2008.

4 - G. Tropea, Pronunzia maschile e pronunzia femminile in alcune parlate del messinese occidentale, in «L’Italia dialettale», vol. XXIII (Nuova serie), III, 1963, pag.9.

5 -  Nikolaj Vasil'evič Gogol', Anime morte, Feltrinelli, 2009. È un romanzo satirico in cui le anime morte sono i servi della gleba morti che il protagonista vuole acquistare a buon prezzo, per i quali i proprietari continuano a pagare il “testatico” e con cui egli vuole costituirsi un capitale di servitori fantasma. Nessun legame, dunque, con fatti e personaggi dei miei racconti.   


"A musica", poesia di Filippo Giordano

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